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rocciconsulenze.it - News

Con l’arrivo della stagione invernale iniziano a sorgere dubbi e questioni sulla figura del maestro di sci.

In particolare:

  1. Come si inquadra la prestazione professionale?
  2. Come si inquadra a livello fiscale?
  3. E a livello previdenziale?

 

1. LA PRESTAZIONE PROFESSIONALE

In generale possiamo avere due tipi di prestazione:

  • Prestazione occasionale;
  • Prestazione professionale.

E’ doveroso precisare che la prestazione occasionale, svolta nei confronti degli sci club e le scuole di sci, NON è applicabile al maestro di sci, poiché si è in presenza di un professionista iscritto a un albo professionale, disciplinato da un collegio, riconosciuto a livello nazionale e regionale con apposite leggi, pertanto non è previsto lo svolgimento occasionale dell’attività; inoltre la normativa non prevede prestazioni occasionali in tale ambito.

Alla luce di quanto esposto è evidente che l’attività posta in essere da un maestro di sci è una pura attività professionale (libero professionista), soggetta alle relative normative fiscali e previdenziali.

 

Il codice civile non prevede disposizioni specifiche sugli obblighi contabili degli enti non commerciali, limitandosi a parlare di scritture contabili soltanto per imprenditori in senso stretto e società commerciali.

Ai fini civilistici, non è previsto alcun obbligo contabile in termini di rendicontazione: si richiede soltanto l’approvazione del bilancio, (art. 20 c.c.28), poiché non è previsto alcun obbligo in termini di tenuta delle scritture contabili (previste per le imprese ai sensi dell’art. 2214 c.c.).

Nonostante non vi siano degli obblighi specifici, per garantire la trasparenza ed il controllo della gestione economica e finanziaria, è comunque necessaria una semplice contabilità e la redazione annuale di un rendiconto riassuntivo della gestione economica e fiscale.

Quali sono le prestazioni lavorative compatibili con la partecipazione al capitale sociale? Quali sono i relativi obblighi di iscrizione previdenziale?

Va innanzitutto fatta una distinzione delle diverse figure ammissibili all’interno dell’organico societario.

 

  1. SOCIO D’OPERA O PRESTATORE D’OPERA

E’ colui che diventa socio poiché conferisce la propria attività lavorativa, la quale sarà oggetto di valutazione economica. Il rapporto e gli obblighi che lo legano alla società derivano dal contratto societario e non da un rapporto di lavoro dipendente, pertanto il venir meno della prestazione lavorativa può comportare la perdita della qualifica di socio e la conseguente esclusione dalla società (art.2286 c.c.). L’attività lavorativa prestata e la qualifica di socio sono strettamente legate: l’apporto della prestazione d’opera o di servizi può essere garantita anche da assicurazione o fideiussione.

N.B.: è buona prassi concordare un conferimento per un periodo limitato nel tempo, evitando l’obbligo, per il socio d’opera, di prestare l’attività lavorativa per sempre. La figura del socio d’opera è ammessa, senza motivi ostativi, nelle società di persone e nelle SRL.

 

  1. SOCIO LAVORATORE DIPENDENTE

E’ il socio che presta l’attività lavorativa in virtù di un contratto di lavoro dipendente (subordinato) distinto dal contratto societario. La dottrina e la giurisprudenza ritengono ammissibile la contemporanea qualifica di socio e di dipendente, ma è necessario sottolineare gli aspetti critici riferiti alle due posizioni.

L’art. 2094 c.c. descrive gli elementi essenziali del rapporto di lavoro subordinato che devono sussistere affinché possa instaurarsi un rapporto di lavoro subordinato tra società e socio. Essi sono:

  • sottoposizione al potere di direzione del datore di lavoro; Il primo elemento richiede l’assoggettamento del lavoratore al potere direttivo, organizzativo e  disciplinare del datore di lavoro (etero-direzione, cioè dipendenza assoluta da un soggetto diverso, ovvero dipendenza dal consiglio di amministrazione/amministratore),
  • continuità della prestazione; il secondo richiede una persistenza continua dell’obbligo di prestare l’attività lavorativa in favore del datore di lavoro (anche discontinua, come nel part-time verticale, purché tra una prestazione e l’altra il lavoratore resti a disposizione del datore di lavoro)
  • collaborazione offerta all’impresa in cambio del pagamento della retribuzione. il terzo richiede un inserimento, continuo e sistematico, del dipendente all’interno dell’organizzazione tecnica, economica e amministrativa dell’impresa.

Alla luce di quanto esposto un amministratore unico di una società non può mai essere allo stesso tempo anche dipendente della stessa, in quanto non soggetto ad alcun potere di direzione e di controllo. E’ altrettanto impensabile configurare un socio lavoratore dipendente nel caso in cui partecipi al capitale sociale in misura tale da assicuragli la maggioranza o nel caso in cui possegga una quota rilevante in grado di condizionare palesemente le deliberazioni assembleari.

 

L'imponibilità degli immobili posseduti e a vario titolo utilizzati dagli enti non commerciali e, in particolare, dalle ONLUS e dagli Enti Ecclesiastici, è stata caratterizzata da continui e a volte anche complicati e contraddittori cambiamenti normativi e interventi interpretativi e giurisprudenziali.

A seguito dell’apertura di una procedura di infrazione europea per aiuti di Stato nei confronti dell’Italia, il D.L. n. 1/2012 ha avviato una revisione normativa che ha portato all’individuazione della fattispecie di “uso promiscuo”, ovvero l’uso commerciale e non commerciale del medesimo immobile. Tale revisione aveva come obiettivo quello di dare maggiore stabilità e certezza in tale ambito, ma restano diversi aspetti non interamente definiti e suscettibili di approfondimento.

Il MEF, nel 2013, ha chiarito alcuni aspetti operativi ed applicativi relativi all’esenzione IMU degli enti non commerciali, conseguenti al mutato quadro normativo di riferimento attraverso le risoluzioni n. 1DF e n. 3DF. Con la risoluzione n. 4DF ha prospettato la soluzione di alcuni casi pratici, prendendo a riferimento una parte della giurisprudenza di legittimità formatasi in tema di esenzione ICI ed infine, con la risoluzione n. 7DF, ha individuato modalità specifiche per il pagamento con particolare riferimento ai casi di immobili ad uso misto, commerciale e non commerciale.

I contribuenti che beneficiano del regime di vantaggio (D.L. 98/2011) che nel corso del 2015 sono transitati nel regime ordinario, entro il prossimo 30 settembre dovranno presentare, oltre alla dichiarazione dei redditi, anche le dichiarazioni Irap, Iva e gli studi di settore.

Con l’introduzione del regime forfettario (L. 190/2014) sono stati abrogati i previgenti regimi agevolativi, consentendo però di continuare ad avvalersi della disciplina di vantaggio fino al compimento del quinquennio o fino al 35° anno di età.

La permanenza nel regime dei minimi (D.L. 98/2011) è subordinata al possesso di determinati requisiti, tra i quali un totale di ricavi annui, non superiore a trentamila euro. In caso di “sforamento” della soglia, si transiterà al regime ordinario a partire dall’anno successivo, mentre il passaggio avverrà in corso d’anno, quando i compensi superino di oltre il 50% il predetto limite (oltre quarantacinquemila).

Per quanto riguarda i forfettari, invece, il superamento delle soglie comporta l’applicazione del regime ordinario a partire dall’anno successivo (quindi, poiché il regime è stato introdotto nel 2015, a partire dal 2016).

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