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rocciconsulenze.it - News

Quali sono le problematiche legate all’organizzazione di una gita o di un viaggio da parte di un’associazione?

Analizziamo la questione sotto un duplice profilo: giuridico-amministrativo e fiscale.

A livello giuridico-amministrativo occorre fare riferimento alla L. 29 marzo 2001. Tale legge, all’articolo 7, prevede che la commercializzazione, l’intermediazione e la gestione di prodotti e di servizi concorrenti alla formazione dell’offerta turistica possono essere poste in essere da associazioni senza scopo di lucro che operano per finalità ricreative, culturali, religiose o sociali (co. 9; sono comprese anche le finalità sportive, anche se non menzionate) esclusivamente per i propri aderenti ed associati. 

Non risulta possibile fare offerte al pubblico di partecipazione all’iniziativa: sono vietati annunci su giornali, siti internet, bacheche dove si invita ad iscriversi alla gita, poiché ci si troverebbe in concorrenza con le agenzie di viaggio e i tour operator a tal fine autorizzati (situazione vietata).

Vi sono poi le leggi regionali che limitano ulteriormente, anche in termini numerici (numero gite annuali), lo svolgimento di tale attività e che è indispensabile tenere in considerazione.

Sotto l’aspetto prettamente fiscale, l’articolo 148 del TUIR e l’articolo 4 del DPR 633/1972 stabiliscono che i proventi derivanti dall’organizzazione di gite e viaggi sono da considerarsi sempre rilevanti, sia ai fini delle imposte sui redditi che dell’IVA, anche se riscossi dagli associati.

Si dovranno, pertanto, assoggettare ad IVA i compensi introitati e risulteranno deducibili i costi sostenuti anche nel caso in cui i partecipanti alla gita o al viaggio siano tutti associati all’associazione.

Tale trattamento è praticato anche verso la somministrazione di pasti e le prestazioni alberghiere.

Anche per le associazioni di promozione sociale iscritte presso i registri riconosciuti dal Ministero dell’Interno è previsto l’assoggettamento all’IVA, ma il corrispettivo percepito non è considerato ricavo ai fini della determinazione del reddito.

Il Dlgs 185/2016, cioè il decreto correttivo del Jobs Act, ha introdotto novità in tema di lavoro accessorio (voucher INPS): gli imprenditori (esclusi quelli agricoli) e i professionisti che utilizzano il lavoro accessorio dovranno inviare, almeno 60 minuti prima dell’inizio di ciascuna prestazione, un sms o un messaggio di posta elettronica all’Ispettorato nazionale del lavoro.

Attenzione alle sanzioni: per chi non rispetta questo obbligo, si applicherà una sanzione amministrativa da 400 a 2.400 euro, moltiplicata per ciascun lavoratore per cui è stata omessa la comunicazione.

Il decreto è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale in data 07 ottobre 2016 ed è in vigore dal 08 ottobre 2016.

L'obbligo di comunicazione preventiva introdotto dal decreto vuole ostacolare comportamenti irregolari nella gestione dei voucher, come l’uso per giustificare a posteriori la presenza di un lavoratore privo di regolare contratto.

L'obbligo di comunicazione/attivazione preventiva esisteva già, ma ora è più stringente, poiché non può più riguardare un periodo ampio (fino a 30 giorni), ma deve essere adempiuto ogni volta che viene utilizzato il voucher (con la possibilità di doverlo ripetere anche più volte nell’arco della stessa giornata, se vengono svolte ore di lavoro frazionate).

 

Qual è il contenuto della comunicazione (sms/mail)? La comunicazione deve contenere i dati anagrafici o il codice fiscale del lavoratore, il luogo, il giorno e l’ora di inizio e di fine della prestazione.

A chi deve essere inviata? Il destinatario dell’sms o dell’email è la sede territoriale dell’Ispettorato nazionale del lavoro. La legge non indica in maniera specifica il numero o la casella di posta elettronica da utilizzare per l’invio, così come non condiziona l’operatività della nuova disposizione a un apposito decreto ministeriale.

Come comportarsi? Non sono state fornite indicazioni specifiche nel decreto, pertanto rimane difficile capire come gestire l’adempimento in questi primi giorni. Nella relazione di accompagnamento del decreto correttivo viene precisato che la comunicazione preventiva dovrà essere svolta utilizzando le forme previste per il lavoro intermittente: sms al numero 3399942256 oppure email all’indirizzo Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..

Fino a quando il Ministero non darà indicazioni specifiche, la strada più cauta sarebbe quella di inviare l’sms oppure le mail agli indirizzi esistenti per il lavoro intermittente per conferire “data certa” all’invio e rispettaee e finalità antifraudolente della norma; oppure si potrebbe continuare a utilizzare l’attuale modalità di comunicazione telematica prevista per i voucher (sito INPS).

Queste modalità dovrebbero mettere i committenti al riparo da eventuali sanzioni, almeno fino a quando non ci sarà un chiarimento ufficiale del Ministero.

N.B.: L’obbligo di comunicazione non vale per gli enti pubblici, le attività non commerciali, le famiglie e il lavoro domestico.

Sono state introdotte novità nel settore agricolo: laa procedura prevista è la stessa, ma ha termini diversi. Gli imprenditori agricolo devono comunicare i dati anagrafici o il codice fiscale del lavoratore relativi all’utilizzo in un arco di tempo fino a 3 giorni (non devono essere comunicati, invece, inizio e fine della prestazione).

Per quanto riguarda le sanzioni, decreto correttivo introduce una sanzione amministrativa di importo variabile da euro 400 a euro 2.400 (in relazione a ciascun lavoratore per cui è stata omessa la comunicazione). Questo provvedimento non sembra integrarsi con la maxi sanzione sul lavoro nero, già prevista per i casi di utilizzo abusivo dei voucher.

Per coordinare le due sanzioni è stato suggerito da più parti di operare una distinzione tra il “semplice” ritardo nella comunicazione (quando il buono è stato acquistato, oppure la comunicazione è stata effettuata, ma in maniera tardiva o incompleta) e totale omissione della stessa (quando il committente non ha acquistato alcun buono, ma si è limitato a usare il lavoratore in nero).

 

Fonte: Il sole 24 Ore, 8 ottobre 2016

 

 

Ai sensi del comma 1, II periodo, dell’art. 26 TUIR “i redditi derivanti da contratti di locazione di immobili ad uso abitativo, se non percepiti, non concorrono a formare il reddito dal momento della conclusione del procedimento giurisdizionale di convalida di sfratto per morosità del conduttore”.

Il locatore, pertanto, può NON dichiarare i canoni non percepiti nel periodo d’imposta se è in possesso di un provvedimento di morosità emesso dal giudice: è sufficiente che il provvedimento sussista al momento della presentazione della dichiarazione dei redditi riferita al periodo d’imposta in cui i canoni non sono stati percepiti. In caso di recesso anticipato da parte del conduttore (può recedere dal contratto dando un preavviso di almeno sei mesi al locatore ed indicandone anche il motivo), il locatore (proprietario) ha a sua tutela quanto stabilito dal III periodo dello stesso art. 26 TUIR: “per le imposte versate sui canoni venuti a scadenza e non percepiti come da accertamento avvenuto nell'ambito del procedimento giurisdizionale di convalida di sfratto per morosità è riconosciuto un credito d’imposta di pari ammontare”. Il credito sarà riconosciuto, nel termine di prescrizione ordinario di 10 anni nella prima dichiarazione dei redditi utile presentata dopo aver ottenuto il provvedimento di morosità.

Per l’anno 2015, entro il 22/07/2016, il contribuente poteva presentare il proprio Modello 730/2016 direttamente utilizzando il precompilato reso disponibile dall’Agenzia delle Entrate, oppure nelle modalità ordinarie rivolgendosi ad un CAF o intermediario abilitato.

Dopo l’invio del Modello, il contribuente potrebbe però accorgersi di aver commesso degli errori, dalla cui correzione potrebbe scaturire un maggior/minor debito/credito d’imposta rispetto a quanto risultante dal modello inviato.

 

Sono molti coloro che hanno l’idea di aprire un proprio ristorante, ma, subito dopo, si trovano in difficoltà poiché non riescono a capire se tale idea è fattibile o meno.

 A volte la scelta viene basata, erroneamente, solo tenendo in considerazione l’incentivo o l’occasione del momento, senza alcuna  visione di lungo periodo, fondamentale sia per pianificare gli investimenti che per gestire il fabbisogno di liquidità.

 Risulta pertanto fondamentale la predisposizione di un vero e proprio business plan.

 Il business plan è uno strumento di gestione fondamentale. E’ un documento programmatico, strategico e analitico finalizzato a:

  • Fornire una guida strategica, un elenco di azioni da compiere e di obiettivi che ci si aspetta di raggiungere;
  • Aiutare ad identificare e valutare punti di forza e debolezza del progetto e così individuare le strategie alternative praticabili;
  • Stabilire dei benchmark (un punto di riferimento per una misurazione) sulla base del quale poter valutare le decisioni ed i risultati aziendali futuri;
  • Fornire le informazioni di base per costruire la struttura finanziaria, mettere a disposizione delle informazioni dettagliate utili a quantificare il fabbisogno finanziario netto; il business plan è indispensabile per indicare la scelta delle fonti di finanziamento necessarie alla copertura del fabbisogno;
  • Reperire finanziamenti sotto forma di credito (prestiti, mutui ecc…) o di capitale di rischio (Private Equity, IPO, altri finanziamenti); una nuova impresa necessità di capitali per partire e senza un Business Plan è impensabile presentarsi a potenziali finanziatori.
  • Promuovere i rapporti con possibili partner, con clienti, fornitori e distributori.

Aprire un ristorante richiede investimenti, sia iniziali che di gestione, per questo è necessario prestare attenzione sia alla gestione finanziaria, che è strettamente correlata alla redditività che si riesce a raggiungere.

 Vediamo ora quali sono le "tappe" per trasformare l'idea in impresa.

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